lunedì 29 giugno 2020

John Belushi

Stavo passeggiando per le vie di una Chicago innevata quando John Belushi mi sfilò il portafoglio dalla tasca dei pantaloni.
Urlai "al ladro", ma nessuno intervenne.
Quella era la sua città e la gente lo adorava. Erano tutti dalla sua parte.
Anch'io ero un suo fan, ma in quel portafoglio c'erano 50 fottuti dollari e non potevo dargliela vinta.
Mi gettai all'inseguimento di quel bastardo.
So che era convinto di seminarmi facilmente, ma aveva fatto male i suoi calcoli: anni di cocaina, alcol, Quaalude e anfetamine (per non parlare del consumo saltuario di eroina) non sono esattamente un toccasana per le prestazioni atletiche.
Gli stavo addosso, lo marcavo stretto, gli soffiavo il fiato sul collo.
Alla fine si ritrovò in un vicolo cieco. 
Era in trappola. 
"Ridammi ciò che mi appartiene" dissi con una voce stentorea che non ammetteva repliche. 
Lui fece una faccia buffa nel tentativo di ottenere la mia clemenza, ma capi ben presto che ero un osso duro. 
Con la gente come me non si scherza. Non quando ci sono in gioco 50 dollari.
Alla fine mi lanciò il portafoglio e indossò gli occhiali da sole per darsi un contegno.
"Toglimi una curiosità" dissi prima di andarmene. "Sei una star, non hai bisogno di soldi. Perché hai tentato di fottermi il portafoglio, Johnny". 
"Non chiamarmi Johnny, odio quelli che mi chiamano Johnny". 
"Perché l'hai fatto, Johnny?".
"Sai quanto costa la vita a Chicago?".
"Non ne ho la più pallida idea, Johnny".
"Lo immaginavo. Scommetto che nemmeno ti droghi".
Fu un colpo basso che francamente mi ferì.
Di sera fumai una canna, immerso in profonde riflessioni esistenziali.
"Non sarò mai come John Belushi" pensai.
Il vincitore morale quel giorno fu lui.

Mario Corso

Ero uno studente universitario e facevo volantinaggio in una stradina di Milano. Alle tre del pomeriggio passò Mario Corso.
Non sono interista, ma la cosa non mi lasciò indifferente: tentai di dargli un volantino che annunciava l'inaugurazione di una discoteca.
Lui, per tutta risposta, mi prese a calci.
In un primo momento ipotizzai che la cortesia non fosse il suo forte, ma dopo qualche secondo fu grande il mio pentimento per averlo giudicato male. A pensarci bene, le pedate sul mio fondoschiena erano inconfondibili: in un'altra epoca, quando voleva eseguire la sua leggendaria punizione a foglia morta, Mariolino Corso calciava la palla esattamente così. Oggi, a distanza di tanti anni, ricordo con tenerezza il giorno in cui un fuoriclasse usò il mio corpo per la commovente rievocazione di un periodo magico che forse non tornerà più.

Alberto Bauli

Ero al bar e bevevo una birra non filtrata per darmi un contegno da hipster. Ero pronto a chiudere la giornata così, senza ulteriori fatti. ...